COMPAGNIA DI CERCHIO - Aquila

Dal Giornale della valle del giovenco-bimestrale della comunita’ montana Valle del Giovenco-Pescina(AQ)-annoII° n.3-maggio-giugno 2001

L’unica Compagnia laica ancora esistente a Cerchio (e una delle poche ancora esistenti nella nostra sub-regione marsicana) è quella in onore della Santissima Trinità. Il culto verso le Tre Persone è ben saldo e radicato nella comunità religiosa cerchiese. Non sappiamo, in verità, quando sia iniziato lo speciale e sentitissimo culto verso la Sacra Triade da parte della popolazione del nostro centro. Dobbiamo supporre, sicuramente, nel medioevo, anche se le prime notizie in nostro possesso sono tratte dal testamento di Messer Jacomo (o Jacobo) Polonio, redatto dal notaio cerchiese Giovanni (o Jovanni) Cappelli, nel mese di novembre del 1578 (in museo civico di Cerchio): “(….) una casa di vigna alla costa di Ozano da piede, confino la via l’ecclesia di Santa Trinità (…).” Dunque, nel 1578 è attestato, inequivocabilmente, il culto alla Santissima Trinità, poiché esisteva  a Cerchio una chiesa a questa dedicata e, dobbiamo supporre, anche se non abbiamo al momento alcun documento antico che lo testimoni, che i componenti della nostra comunità religiosa si recassero, sin da allora, a piedi, in quel di Vallepietra, sul monte Autore, al Santuario dedicato alle Tre Persone, facente parte della diocesi di Anagni. Una moltitudine di gente lasciava il paese per tre o quattro giorni. Uomini, donne e bambini, in sacro pellegrinaggio si avviavano, chi per voto, chi per spirito religioso, chi per devozione, verso la sacra fonte della propria fede, con in testa il portatore del vessillo, rappresentante le Tre Persone, e guidati dall’esperienza del capo compagnia, che recava in mano il lungo bastone del comando con sopra incise le lettere S.S.T. (Santissima Trinità da un lato e M.= Misericordia dall’altro; quindi è logico supporre che gli appartenenti alla confraternita della Misericordia fossero maggiormente legati anche al culto trinitario. Si conserva nel Museo Civico di Cerchio un manufatto ligneo del sec. XIX-XX). Il capo compagnia era colui che stabiliva l’ora della partenza, delle soste e del ritorno a casa. La sosta più importante e duratura era quella prima della meta prefissa, cioè alle Prata della Signora. Qui, si consumava un’abbondante merenda e, poi, subito si andava verso la montagna degli storpi (d’j’st’rpiat’); da qui, in pratica, si entrava nel luogo sacro dedicato alla Trinità. Ascesa la citata montagnola, dove erano posti, specialmente alla vista dei bambini, questi terrificanti figuri (individui cioè che avevano perso in parte o addirittura tutti gli arti, e che con voce pietosa e straziante invocavano:  fate la carità) e ai quali, tutti, davano la loro offerta, cioè una monetina, si giungeva finalmente all’apice. La vista abbandonava la visione straziante di quei tronchi umani e si beava degli sfavillanti colori che la natura prodiga offriva e, da lontano, si poteva intravvedere il Santuario. Vicino la Croce, posta dopo la montagna degli storpi, tutti i peregrinanti si fermavano per una brevissima e sentita pausa, ed ognuno poneva o lanciava con devozione il proprio sasso ai piedi della Croce: “(….) gettano giù per la china o nei fossi un piccolo sasso che secondo la comune credenza, dovrà liberare un’anima dal Purgatorio….)” (Ilio Berni nell’articolo “ il Santuario della Trinità sotto il monte Autore ” pubblicato nella rivista mensile del Touring Club Italiano, n. 3-4, marzo-aprile 1918, anno XXIV). Il noto antropologo Alfonso di Nola affermava che “(…) il lancio della pietra diviene il trasferimento ad un oggetto materiale, appunto la pietra, del cumulo delle colpe caricate nel’anno (…)” (in “Memoria di una festa” di A.M. di Nola-Oreste Grossi-edizioni Quasar, Roma 1980).

 

 

Mentre i pellegrini si avvicinavano al Santuario si avvertiva sempre più il bisogno di entrare nella chiesetta. La tortuosa stradina era invasa da una moltitudine di gente e dalle bancarelle, dove ognuno poteva acquistare spillette, laccioli, cappelli da riportare come pegno ed esempio dell’avvenuto pellegrinaggio. Tutta la Compagnia, cantando l’inno delle “Treppe”, compiva il dovuto omaggio, entrando nel Santuario, alla Santissima Trinità. Qui, con autentica fede e con sacra partecipazione, chiedeva (aveva il coraggio di chiedere) anche qualche grazia, beandosi della vista del sacro dipinto parietale, delle tre speculari immagini di Dio. Il pellegrinaggio, una volta usciti dalla chiesetta, era da considerarsi compiuto, anche se, però, non era finito tutto il complesso iter. Una volta adempiti i “dovuti” acquisti si ritornava da dove si era venuti. I forti giovani di Cerchio, per dimostrare la loro abilità, forza e coraggio, ingaggiavano una singolare gara andando alla ricerca di un alberello sfilato, il più lungo e dritto possibile, da trasformare e addobbare per l’occasione: era la cosiddetta “pertica”. Entrati in paese, dove l’intera popolazione, in trepida attesa, stava aspettando gli “eroi” di questa sacra impresa, tutti in processione al canto delle Treppe si recavano alla chiesa principale del paese, dove il parroco li attendeva per chiudere in modo consono, con una solenne Messa, il sentito pellegrinaggio. Le “pertiche” (sicuramente retaggio di antiche tradizioni) come trofei venivano collocate nelle abitazioni dei portatori e, anche, negli appositi gangi (ancora oggi esistenti) fissati nel campanile della chiesa parrocchiale. Nel corso degli anni, tale manifestazione ha subito vistose trasformazioni esteriori. Il pellegrinaggio, infatti, adesso dura un solo giorno, non si va più a piedi e si percorre un’altra strada; si passa per la via che attraversa Tagliacozzo. La domenica mattina, giorno dedicato alla Santissima Trinità, verso le tre, tre corriere stracolme di pellegrini (150 persone circa, cioè un decimo della popolazione di Cerchio), partono alla volta di Vallepietra. Questi sono i pellegrini diciamo così “ufficiali” in quanto organizzati dai responsabili della Compagnia di Cerchio: Rosina Cipriani, Lino Ciofani e Luigi Tirabassi. Quelli non ufficiali sono quelli che vanno con i propri mezzi di locomozione. Nei tempi passati, invece, si partiva dalla Taverna, sopra dei carretti addobbati per l’occasione e si arrivava ad Avezzano, in via Napoli e, a piedi, si ascendeva la montagna di Pietraquaria e, da lì, giù per Canistro fino a Cappadocia e poi al Santuario di Vallepietra. Al ritorno si faceva lo stesso tragitto. Ad Avezzano, a via Napoli, li attendevano i carretti per ritornare al paese. Oltre a questi pellegrinanti vi erano anche quelli, pochi, più forti e, forse, più motivati, che compivano il pellegrinaggio totalmente a piedi. Tutta la comunità religiosa di Cerchio sentiva e sente ancora profondamente questa sacra manifestazione. Tutti, almeno per tre volte, si sono recati al Santuario di Vallepietra e addirittura, in un passato recente, nel 1954, un giovane del paese Rocco (Rucchitt’) Panecassio (1932-1994), in seguito ad un sogno portentoso edificò con le proprie mani, una piccola edicola in onore alle Tre Persone, in località “Le Coste”, in tenimento del comune di Cerchio e, da quel giorno, si è maggiormente rafforzato il culto tanto che l’amministrazione comunale, alcuni anni fa, vi ha edificato, nello stesso sito ove era posta l’edicoletta, un’acconcia chiesetta e, nei pressi, un rifugio. Ogni anno, in questo luogo, nella mattina del giorno della festa, viene officiata in modo solenne, dal parroco del paese, una santa Messa con concorso di molta gente che passa, a contatto con la natura, tutta la giornata. Agli inizi del nuovo culto cerchiese dedicato alla chiesetta di Rocco (primi anni ’50 dell’appena passato secolo), tutti i ragazzi della mia generazione (classe 1950), nella mattina della festa, armati di pane con sopra l’olio di oliva, andavano su per Le Coste a fare una specie di sacro pic-nic mettendo, sopra il pane   “ i’ tim’ “ (il timo) che, abbondantissimo, si trovava nei pressi dell’edicola. Questa umilissima merenda, divorata in un battibaleno, rappresentava per noi un qualche cosa di veramente eccezionale, perché il mangiare lì, in quel luogo ora divenuto sacro, era per noi come una speciale comunione riservata agli eletti, a poche persone, a coloro i quali, in quel giorno si erano recati ad onorare la Santissima Trinità, non nel Santuario maggiore di Vallepietra, ma nella poverissima edicola costruita dall’amore del giovane Rocco che, fino alla data del suo decesso, ne è stato custode zelante ed attento.

 

Si riportano, a conclusione del presente articolo, i nomi dei capi compagnia che, nel corso del XX secolo, hanno fatto da guida ai numerosi pellegrini della sacra Triade. Essi sono: Ciotti Gaetano(1864-1943), D’Amore Nunzio(1884-!972), D’Amore Alberto(Flipp’ mastr’-1900-1978), De Grandis Costantino(1910-1988),Cipriani Rosina, Ciofani Angelo(detto Lino), Tirabassi Luigi(detto Gino).

 

Fiorenzo Amiconi             

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